Isola di Pasqua. Viaggio tra i miti e i contrasti dell’isola più remota del pianeta

FOTOGRAFIA

Esposizione personale

Polo Museale di San Francesco, Montefiore dell’Aso, Italia (2017)

L’Isola di Pasqua è nota ai più per i suoi iconici moai, ma la sua storia è molto più profonda e complessa. Questo remoto lembo di terra, disperso nell’immensità dell’Oceano Pacifico, custodisce il racconto di un popolo che ha saputo fiorire in un ambiente estremo, dando vita a una civiltà sofisticata, fatta di grandi progetti architettonici, complesse strutture sociali, con una propria lingua e scrittura, e una cultura impregnata di miti e riti ancestrali.

 

Questa selezione di trenta fotografie nasce da un’esperienza di cinque anni sull’isola, un periodo in cui l’autrice ha potuto immergersi nella vita quotidiana sull’isola, conoscendone usanze, tradizioni e paesaggi nascosti. L’integrazione nella vita locale e il lavoro nel campo della grafica le hanno permesso di affiancare progetti archeologici, contribuendo alle ricerche sulla colonizzazione dell’isola e sull’evoluzione della società rapanui.

 

Le immagini, realizzate con diverse fotocamere e dispositivi, offrono uno sguardo intimo su una realtà lontana e affascinante, raccontando una bellezza autentica e naturale. Un viaggio visivo che restituisce la magia di un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, tra i segni lasciati dagli antichi navigatori polinesiani e la vita di chi ancora oggi custodisce la memoria di un passato mitico.

L’11 Luglio 2010 é stato possibile osservare dall’isola dei Pasqua un’eclissi totale di sole. L’evento ha richiamato sul posto migliaia di curiosi, astronomi, fotografi. Molti rapanui hanno celebrato questo affascinante fenomeno naturale con danze e canti, fuochi e rituali negli antichi luoghi adibiti alle cerimonie davanti ai moai. Il contrasto tra la salda fermezza delle statue e la mobilitá della gente, la luminositá e il calore del giorno che in pochi istanti é diventato una notte fresca e stellata, ha lasciato l’isola di Rapa Nui in un silenzio irreale sotto il sole nero.

Centoundici erano i rapanui censiti nel 1877 dai missionari, gli ultimi sopravvissuti di una civiltá giá in declino al genocidio, alla tratta degli schiavi, alle epidemie. Il 5 Aprile del 1722, domenica di Pasqua, le navi olandesi arrivarono a Rapa Nui, rompendo un’isolamento durato secoli, ed aprendo la rotta all’occidente, che irruppe con prepotenza in poco tempo. Il re di Spagna se ne impossessa nel 1770, gli schiavisti europei, peruani, nordamericani sequestrano migliaia di nativi, tra loro la famiglia reale, i sacerdoti astronomi unici custodi della scrittura Rongo Rongo. I mercanti francesi e i missionari contribuiscono alla distruzione dell’identitá culturale. L’attuale popolo rapanui discende da quei centoundici sopravvissuti.

I rapanui amano le moto. Sono i cavalli moderni che spingono fin sopra le cime dei vulcani. Per lo piú sgangherate, arrugginite, sempre sporche, enduro o fuoristrada stile “rat bike” dei contadini americani, con evidenti riparazioni self made che rivelano uno spiccato talento nell’arte della manutenzione della motocicletta. Oltre il cavallo, sono il mezzo di trasporto degli yorgo (giovani uomini che per scelta vivono fuori dal centro abitato, mantenendo tradizioni e idioma ancestrali, coltivando la terra, pescando o badando al bestiame). Sfrecciano sulle strade sterrate indossando occhiali da sole e bandane, giacche mimetiche e scarponi dell’esercito americano. Simbolo di ribellione allo stile di vita occidentale.
Musicista, ballerino, insegnante di cultura rapanui nelle scuole dell’isola, presente in ogni evento culturale e sociale del piccolo centro di Hanga Roa, questo giovane ritratto di spalle é un elemento importante per la comunitá. Insegna musica tradizionale con antichi strumenti di percussione, canzoni ancestrali in idioma rapanui e danze tipiche. Il popolo rapa nui sta cercando di mantenere viva la propria cultura puntando sui giovani, che fin dalle scuole primarie studiano la propria lingua e tradizioni. Nella foto aspetta ai piedi di una collina la partenza della gara ancestrale di discesa su tronchi di platano. Alle sue spalle, piú di 5.000 persone assistono all'evento.
I moai sono strettamente correlati allo sviluppo della complessa societá rapa nui. Chiamati anche Aringa ora (volto vivo degli antenati) e Mata ki te rangi (occhi che guardano al cielo) sono il simbolo tangibile dello stretto legame con le origini, la pietra che “incarna” il mana (sacra energia vitale) degli avi. I moai sono l’evoluzione di antiche statue che portarono con sé durante le migrazioni, artefatti ancora presenti in molte isole della polinesia. Le capacitá produttive ed organizzative, la crescita dei beni e della popolazione, la presenza sull’isola delle materie prime e la formazione di artigiani esperti hanno permesso la creazione di statue sempre piú grandi e rifinite nell’arco di sette secoli.

Il vulcano Rano Kau é il piú grande dell’isola, uno dei tre principali coni che hanno originato Rapa Nui. Ha un’altezza massima di 324 m, al suo interno si trova una laguna circolare di acqua dolce di 1,6 Km coperta da isolotti galleggianti di canne di totora (simili al bambú). Le pareti della caldera, ricche di ossidiana, sono state usate negli anni per coltivazioni di varie specie vegetali endemiche e frutta come uva, guayaba ma anche bouganville, che in estate le striano di fucsia. Il Rano Kau é una presenza imponente, visibile dal centro abitato di Hanga Roa. Gli antichi rapanui hanno ricreato su tutto il territorio delle serre naturali chiamate manavai (potere dell’acqua), giardini di pietra ispirati alla forma dei crateri.

Il primo re dell’isola, Hotu Matu’a, ordinó che i bambini di sette anni venissero portati nelle grotte alle pendici del vulcano Poike e rimanessero per tutto l’inverno a far sbiancare la loro pelle, cosí da poter partecipare a primavera alle ceremonie che si tenevano nel villaggio di Orongo. Non potevano tagliare i capelli e dovevano alimentarsi esclusivamente con canna da zucchero e conchiglie di mare. Avevano con sé delle corde con le quali si intrattenevano, inventando storie sulle figure che formavano intrecciandole. Oggi quelle grotte sono visitabili: al loro interno ci sono ancora petroglifi e resti di ossa umane.

Durante le feste tradizionali gli artigiani mostrano al pubblico locale e di turisti le loro abilitá nel lavorare le materie prime dell’isola per confezionare vestiti e accessori, oggetti di uso quotidiano o lavorazioni creative ed artistiche. Ogni pianta ha un suo specifico utilizzo, cosí come conchiglie, piume, semi, fiori. I disegni ed i colori sono sempre usati in maniera simbolica. I rapanui confezionavano vestiti con il mahute, una fibra naturale ricavata da una corteccia, ottenendo una stoffa morbida e coprente, ancora oggi in uso durante le feste. I mantelli erano simbolo di potere, cosí come le corone. Collane, ciondoli, orecchini, bracciali e cavigliere erano di uso comune.
Secondo i racconti degli anziani il primo re dell’isola, Hotu Matu’a, ordinó che i bambini di sette anni venissero portati nelle grotte alle pendici del vulcano Poike e rimanessero per tutto l’inverno a far sbiancare la loro pelle, cosí da poter partecipare a primavera alle ceremonie che si tenevano nel villaggio di Orongo. Non potevano tagliare i capelli e dovevano alimentarsi esclusivamente con canna da zucchero e conchiglie di mare. Avevano con sé delle corde con le quali si intrattenevano, inventando storie sulle figure che formavano intrecciandole. Oggi quelle grotte sono visitabili: al loro interno petroglifi e resti di ossa umane.
Queste rocce a picco sull’Oceano Pacifico e dalle quali si scorgono tre isolotti (Motu Nui, Motu Iti e Motu Kau Kau), hanno un grande valore simbolico. Si trovano sulla sommitá del vulcano Rano Kau, nel lato ovest, e fanno parte del villaggio cerimoniale di Orongo, costituito da 54 case in pietra che venivano occupate esclusivamente durante la cerimonia del Tangata Manu (uomo uccello). Gli ariki, re dei differenti clan, sceglievano un concorrente per partecipare alla gara, il quale discendendo la scogliera di 300 m e nuotando per 400 m fino all’isolotto dove nidificavano le sterne fuscate, doveva prendere un uovo e consegnarlo integro al proprio re, che cosí avrebbe potuto governare l’isola per un anno.

Make Make è il dio creatore del mondo secondo le credenze rapanui. Dall’aspetto umano, ma con piume, ali e becco, creò l’uomo fondendo il proprio riflesso sull’acqua con un uccello posatosi sulla sua spalla. Fu Make Make ad apparire in sogno al saggio Haumaka, consigliere del re polinesiano Hotu Matu’a, rivelandogli la rotta per raggiungere una nuova terra. La loro isola, Hiva, non era più sicura a causa di maremoti ed eruzioni vulcaniche. Seguendo le indicazioni del dio, il re inviò sette esploratori che raggiunsero l’isola, aprendo la rotta alle migrazioni che l’avrebbero popolata.

I due giovani ritratti nella foto sono fratelli. Il maggiore carica sulle spalle il figlio, ultimo di cinque. Nelle famiglie piú legate alla tradizione l’uomo si occupa dei bambini al pari della donna: dall’alimentazione alla cura personale. E’ comune vedere padri con un seguito di figli nei campi, a pesca sulla costa, in barca o a cavallo. Trasportati sui cassoni dei pickup, in tre o quattro sugli scooter, a spalla. La condivisione del quotidiano é la loro forma di insegnare ai figli le proprie conoscenze e tradizioni, instaurando una relazione stretta e dando valore al bambino, la cui presenza é accettata in ogni situazione lavorativa e sociale.

Durante un’escursione in solitaria sulla costa est dell’isola, quella piú selvaggia perché percorribile esclusivamente a piedi o a cavallo, vidi ai bordi del sentiero in terra battuta che stavo percorrendo, un piccolo gruppo di cavalli allo stato brado. Nell’avvicinarmi i cavalli scapparono, ma questo puledro si fermó, tornó indietro, e posizionatosi dietro il tronco come a proteggersi, rimase per molto tempo ad osservarmi, muovendo solo la testa. Il sole stava tramontando alle sue spalle e la luce conferí a quell’istante un’aurea particolare, indimenticabile.
Il “Moai de la paz” (moai della pace) é una replica di tre metri di altezza e sei tonnellate di peso, del moai Hoa Hakananai'a trafugato nel 1869 ed ancora oggi esposto nel British Museum di Londra. Realizzato da maestri artigiani rapa nui nel 1992, é stato esposto in varie cittá tra cui Parigi, Lisbona, Tokio, New York. I disegni in bassorilievo sul lato posteriore raffigurano simboli di potere e fertilitá, mangai (ami da pesca) e due tangata manu (uomo uccello). Il moai originale si trovava nel punto piú a ovest dell’isola, rivolto verso il mare. É uno dei primi realizzati: si ipotizza che sia il primo re dell’isola Hotu Matu’a, e che il disegno sia una mappa per raggiungere Hiva, la sua terra natale.
Chi visita l’Isola di Pasqua non si aspetta di trovare tanti cavalli allo stato brado. Ce ne sono moltissimi, ad oggi si stima una popolazione di circa 6000 esemplari. Vivono in gruppi nei diversi settori del Parco Nazionale Rapa Nui, 7160 ettari che costituiscono il 43% del territorio dell’isola, amministrato dal Corpo Forestale dello Stato Cileno e Patrimonio Mondiale dell’Umanitá dal 1995. I cavalli, introdotti nel 1860 dai missionari, divennero indispensabili per il trasporto e il lavoro nei campi. Sono parte del paesaggio, se ne assiste alla nascita, alla morte, alla decomposizione. Con la mandibola essiccata fabbricano uno strumento musicale: il kauaha. Mostrando la crudezza dell’esistenza, ma anche la poesia.

Esposizioni

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"Isola di Pasqua. Viaggio tra i miti e i contrasti dell’isola più remota del pianeta" è una mostra fotografica composta da 30 stampe di 50 x 40 cm pronte per l’esposizione, accompagnate da 30 didascalie, 1 gigantografia e 1 video che raccontano la cultura, i paesaggi e la storia di Rapa Nui attraverso un percorso coinvolgente.

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